Da sito estrattivo a ecosistema vivo

Vegetazione, ricerca, progettazione e tempo possono trasformare un sito estrattivo in un ecosistema vivo

La rivegetazione dei versanti di Corio e Balangero non si conclude con il termine dei lavori di messa in sicurezza.

È un processo dinamico, che continua negli anni grazie all’interazione tra organismi vegetali, suolo, acqua e clima. Prende vita un’ infrastruttura ecologica capace di garantire stabilità, sicurezza e un nuovo equilibrio tra attività umane e ambiente naturale.

Lichene Cladonia Fimbriata ritrovato alla base della discarica lapidea lato Corio

La flora come alleata: piante, licheni e amianto

Nel contesto della ex miniera, la rivegetazione non riveste soltanto una valenza paesaggistica ma ha un ruolo di consolidamento per la stabilizzazione dei pendii. Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha mostrato come la colonizzazione da parte di piante e licheni contribuisca a modificare il destino ambientale dei minerali asbestiformi.

Diverse indagini sono state realizzate nel primo decennio del 2000 proprio nel sito di Balangero e Corio, nell’ambito di un progetto di ricerca dell’Università di Torino e del Centro interpartimentale G. Scansetti, finanziato da Regione Piemonte, che ha coinvolto diverse competenze fra le quali quelle botaniche.

Licheni e superfici amiantifere: una colonizzazione preferenziale

Uno degli aspetti più rilevanti emersi nel progetto riguarda il ruolo dei licheni, funghi specializzati a vivere in simbiosi mutualistica con alghe e/o cianobatteri.

Rocce e suoli serpentinitici contenenti crisotilo, il principale tipo di amianto presente nel sito, risultano infatti estesamente interessati da colonizzazione lichenica spontanea. Numerose specie licheniche, sono infatti adattate alle condizioni estreme poste da povertà di nutrienti, elevati tenori in metalli pesanti (soprattutto nickel), pH elevato, forte insolazione e scarsità d’acqua.

I licheni non si limitano a coprire le superfici di rocce e suoli asbestiferi, limitando la potenziale dispersione delle fibre. Attraverso le loro vie biochimiche producono sostanze con funzioni acide e chelanti, ovvero che legano i metalli, come l’acido ossalico, in grado di:

• interagire chimicamente con la superficie delle fibre di amianto;

• favorirne i processi di alterazione;

• contribuire alla loro progressiva trasformazione in forme meno reattive e pericolose.

Questo fenomeno viene definito bioattenuazione: un processo naturale, lento, ma scientificamente verificabile, in cui gli organismi viventi riducono nel tempo l’impatto ambientale di materiali potenzialmente nocivi.

operatore in tuta bianca nebulizza una miscela di semi e concimi su versante discarica lapidea lato Corio ora rimboschito accanto a un camion con cisterna blu

Piante e riduzione della dispersione delle fibre

Gli studi condotti sul sito mostrano come la colonizzazione spontanea da parte di specie erbacee, unita agli interventi di rivegetazione, contribuisca a:

• coprire le superfici asbestifere esposte;

• ridurre l’impatto diretto del vento e della pioggia;

• limitare la dispersione delle fibre di amianto nell’aria.

In questo senso, la vegetazione diventa una vera infrastruttura biologica di contenimento, capace di integrare e rafforzare le opere di messa in sicurezza. Le ricerche condotte nel sito hanno evidenziato come la colonizzazione stabile da parte di piante erbacee, licheni, e muschi determini una copertura biologica del suolo tale da ridurre significativamente il rilascio di fibre nell’aria.

Fra colonizzazione spontanea e interventi di rivegetazione

Queste osservazioni scientifiche sono particolarmente importanti perché forniscono una base ecologica solida alle scelte progettuali adottate negli interventi di rivegetazione.

Le tecniche ingegneristiche utilizzate durante i lavori di bonifica, come l’idrosemina, le palizzate vive e la piantumazione di arbusti autoctoni, non devono contrastare i processi naturali, ma guidarli e amplificarli. In particolare:

• le graminacee creano una copertura rapida che protegge il suolo;

• le leguminose migliorano la fertilità di substrati poveri;

• arbusti e specie erbacee pioniere favoriscono la stabilizzazione a lungo termine;

• la colonizzazione spontanea da parte di licheni e microrganismi (ad es. i microfunghi), completa il sistema, interessando preferenzialmente le superfici asbestifere del detrito serpentinitico.

Fascio di fibre di crisotilo ed alcuni corpuscoli su membrana porosa a maglie irregolari visto al microscopio elettronico

Nel giro di pochi anni le piante utilizzate per gli interventi di rivegetazione vengono gradualmente affiancate e poi sostituite dalle specie autoctone tipiche delle aree serpentinitiche, così restituendo una sempre maggiore naturalità. Il risultato è un sistema vegetale complesso, in cui ogni componente svolge una funzione specifica, dall’interazione chimica con le fibre a livello molecolare alla scala del paesaggio.

Arbusti autoctoni: radici che tengono il terreno

Sul versante di Corio, la riqualificazione paesaggistica si affida anche alla piantumazione sistematica di arbusti autoctoni, organizzati in moduli regolari.

Le specie non sono scelte casualmente, ma selezionate per la loro resistenza, adattabilità e capacità di consolidamento:

• Corniolo (Cornus mas)

• Sanguinello (Cornus sanguinea)

• Pungitopo (Ruscus aculeatus)

Le specie non sono scelte casualmente, ma selezionate per la loro resistenza, adattabilità e capacità di consolidamento:

Elicottero in volo distribuisce miscela acquosa con sementi e concimi su un ripido pendio di detriti grigi sopra una vallata con centri abitati

Sul versante di Balangero, esposto a Sud e caratterizzato da discariche lapidee e condizioni ambientali più critiche, la rivegetazione assume un’importante funzione di protezione ambientale e sanitaria, contribuendo a isolare le superfici, limitare l’erosione e ridurre la dispersione di fibre di amianto.Le tecniche adottate combinano inerbimenti tecnici, piantumazioni e opere di ingegneria naturalistica. L’idrosemina, spesso associata a geojuta biodegradabile, permette la formazione di un cotico erboso continuo che protegge il suolo e ne favorisce l’evoluzione. Nei tratti più ripidi, palizzate vive, palificate e scogliere rinverdite, integrate con talee di salice e altri arbusti autoctoni, trasformano gradualmente le strutture artificiali in sistemi biologici. Altre specie, come la ginestra odorosa, vengono mantenute come componente attiva del nuovo equilibrio del paesaggio.

Le sementi come strumento ecologico: perché usare miscugli diversi?

Ogni versante presenta condizioni ambientali specifiche. Per questo motivo, la rivegetazione non può basarsi su un unico miscuglio di sementi, ma richiede formulazioni differenti, studiate in funzione del suolo, del clima e degli obiettivi ecologici.

l Miscuglio Balangero è il risultato di anni di sperimentazioni condotte direttamente sul sito.
I terreni, di origine ultrabasica, sono caratterizzati da pH elevato (circa 8,2) e scarsa fertilità.
Per affrontare queste condizioni, in molti casi si è intervenuti anche con un apporto di topsoil la miscela è stata progettata con una forte presenza di leguminose (circa 26%), come:
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• erba medica,
• sulla,
• veccia.
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Le leguminose sono fondamentali perché fissano l’azoto atmosferico, migliorando progressivamente la qualità del suolo e facilitando l’insediamento delle altre specie. Accanto a esse, le graminacee garantiscono la formazione di un cotico erboso compatto e resistente, mentre alcune specie accessorie aumentano la biodiversità e la resilienza dell’insieme.

Il miscuglio di sementi sul lato di Corio è pensato per innescare un’evoluzione ecologica graduale.

Accanto alle specie erbacee dei prati aridi, viene introdotta una specie pioniera arborea, la betulla bianca. La betulla è in grado di colonizzare rapidamente terreni minerali e poveri, creando le condizioni per l’arrivo, nel tempo, di specie più esigenti. È il primo passo di un processo chiamato successione naturale, attraverso il quale il paesaggio evolve spontaneamente verso forme vegetali più complesse e stabili.