Storia industriale

Quando i cancelli si chiusero: la fine dell’Amiantifera

Il tempo sospeso della chiusura industriale

Per raccontare la storia dell’Amiantifera di Balangero, è necessario prima partire dalle immagini degli stabilimenti abbandonati, le strutture smantellate e la revoca della concessione mineraria.

La chiusura diventa definitiva tra aprile e maggio 1990, in un contesto segnato da gravi irregolarità gestionali e da una crescente consapevolezza dei rischi sanitari legati all’amianto. Il 26 aprile 1990, a causa di inadempienze nelle procedure di messa in sicurezza delle discariche, per tutelare l’incolumità del territorio e della popolazione, il Ministero dell’Industria dichiarò decaduta la concessione mineraria, anche su pressione del Comune di Corio.

La revoca divenne effettiva il 21 maggio 1990, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ponendo fine alla possibilità di proseguire l’attività estrattiva. Intanto, la società si trovava già in difficoltà a commercializzare il proprio prodotto, complice la crescente attenzione pubblica ai gravi problemi sanitari associati all’uso dell’amianto.

Il 18 maggio 1990, pochi giorni prima dell’effettiva revoca, i fratelli Puccini, proprietari dell’Amiantifera di Balangero S.p.A., chiesero al Tribunale di Roma la dichiarazione di fallimento della società, ormai soffocata dalle difficoltà economiche e dai debiti. Il fallimento determinò il mancato pagamento degli ultimi stipendi e l’apertura di un contenzioso con i lavoratori che si sarebbe protratto per circa dieci anni.

Area di manutenzione, carrello elevatore, scaffalature e attrezzature lasciati sul posto. I danni agli arredi testimoniano gli effetti degli atti vandalici successivi alla cessazione delle attività produttive.

Nel 1991 la Mineral Intertrade Limited di Lugano tentò, senza successo, di subentrare nella concessione mineraria. Rinunciò quasi subito, dopo aver appreso dell’iter legislativo che prevedeva il divieto nazionale di estrazione dell’amianto. Questo passaggio sancì definitivamente la fine dell’attività nella miniera che resto chiusa in stato di abbandono fino all’inizio della bonifica.

Il legame tra esposizione all’amianto e gravi patologie

Nel tempo la ricerca scientifica ha messo in luce i rischi legati all’esposizione all’amianto e le evidenze epidemiologiche costituiscono una base fondamentale per la comprensione degli effetti che essa ha sulla salute.

Una miniera che cresce nel tempo

1904-1912: La scoperta del sito minerario

Il giacimento di amianto "S.Vittore", nel territorio dei Comuni di Balangero, Corio, Coassolo e Lanzo Torinese fu scoperto inizialmente dal Commendator Callisto Cornut nei primi anni dal 1900. La scoperta venne affidata nel 1904 agli studi dell'Ing. Colli di Torino e nel 1906 dell'Ing. Fonville di Parigi per comprendere se potesse iniziare un’estrazione del materiale per uso industriale.

Veduta d'epoca di una villa di Balangero con sullo sfondo il profilo dei monti prima delle trasformazioni dell’attività estrattiva
Pagine aperte di un  registro cartaceo della Conservatoria con fitte annotazioni scritte a mano disposte in diverse colonne

Intuendo le potenzialità del giacimento, Callisto Cornut provò ad acquisirne l’intera proprietà, le difficoltà economiche per proseguire le analisi e la progettazione lo spinsero però a coinvolgere nel progetto minerario anche la Ditta Lavelli di Milano.

Nel 1912, l’incarico affidato al professor Paolo Vinassa de Regny, docente di geologia presso l’Università di Parma, permise di confermare l’eccellente qualità e abbondanza delle fibre presenti nella roccia di serpentino del Monte San Vittore, oltre ad evidenziare la facilità di estrazione e la posizione geografica strategica (vicino al confine francese e a porti marittimi).

L'evoluzione commerciale e produttiva

Una rete commerciale internazionale

La crescita della miniera non si misura soltanto in tonnellate estratte o in anni di attività. Accanto alla dimensione produttiva, l'Amiantifera di Balangero S.p.A. sviluppò nel tempo una struttura organizzativa complessa fatta di: impianti, ricerche, reti commerciali e servizi per i lavoratori.

Nel 1962 la Società esportava in Indonesia, Brasile, Nigeria, Cuba.  Balangero all’epoca figurava al 5° posto nella scala dei produttori mondiali di amianto e 1° posto tra le nazioni dell’Europa Occidentale.

Nel 1982 l'amianto estratto nella miniera di Balangero alimentava una rete di mercati che si estendeva ben oltre i confini nazionali. La fibra partiva dalle valli di Lanzo e raggiungeva destinazioni in Europa, Africa, Asia e nelle Americhe.

In Europa, le esportazioni interessavano numerosi paesi. I mercati extraeuropei comprendevano il Nord Africa, con destinazioni come Marocco, Tunisia e Nigeria, e un'area asiatica particolarmente estesa, che includeva Giappone, India e Filippine. Nel continente americano, la fibra arrivava in Brasile, Colombia, Guatemala e Martinica.

La mappa sottostante illustra dove venne esportato l'amianto, cliccala per espanderla.

mappa degli interventi realizzati nell'area

L'andamento della produzione

Il grafico presente in questa sezione mostra i quantitativi di fibra di amianto prodotti ed esportati annualmente nel corso dei decenni. Questa lettura consente di collocare i flussi, da un lato, in un quadro più ampio dell'evoluzione tecnologica e societaria e, dall'altro, di interpretare la miniera non solo come sito produttivo, ma come nodo attivo di una rete economica internazionale.

Grafico a linee che illustra l'andamento crescente della produzione di fibre di amianto in tonnellate dal 1925 al 1980

Sviluppo architettonico dello stabilimento

Nel corso del Novecento, il sito estrattivo si trasformò progressivamente da nucleo essenziale a complesso industriale articolato. Dalle prime strutture dedicate all'estrazione e alla lavorazione di base, lo stabilimento crebbe fino a comprendere impianti specializzati, infrastrutture di trasporto e servizi per i lavoratori.

Tutela sociale e vita di comunità

Attorno alla miniera si sviluppò una vera rete sociale d'impresa. L'azienda offriva ai dipendenti servizi che andavano oltre il rapporto di lavoro: un'infermeria attiva giorno e notte, una cucina, uno spaccio, un servizio di trasporto collettivo. Le residenze interne al sito contribuivano a creare una comunità coesa, in cui si intrecciavano storie, provenienze e tradizioni diverse.